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dal 31 marzo al 1 maggio - Rassegna Fuori
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Trend Nuove frontiere
della scena britannica V edizione
Rassegna a cura di Rodolfo di Giammarco
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Uno degli spettacoli più duri, nitidi, commoventi, tragici e moderni
che sia apparso sulle scene europee non è fondato su un testo inglese ma su un
adattamento, questo sì, perfettamente, paradigmaticamente inglese: è Festen,
tratto dall’omonimo film-capolavoro del 1998 del danese Thomas Vintenberg (un
trauma della famiglia che fa pensare ai talenti associati di Visconti, von Trier
e Norén), con riscrittura scenica di David Eldridge, autore britannico che in un
suo testo degli anni ‘90, A Week with Tony, ha inserito una battuta suonante
così «Mi hanno portato a vedere uno spettacolo a Chelsea e sono rimasto molto
turbato. Pieno di persone che si cavano gli occhi e che si sodomizzano, e non
eravamo nemmeno a cinque minuti da King’s Road». Il riferimento chiaro è a
Blasted di Sarah Kane, del 1995. Eldridge somatizza il fenomeno Kane, ed è lo
stesso che somatizza il fenomeno Festen. Noi in Italia non vedremo mai, almeno
non per ora, né il suo testo né una riduzione sua o analoga del film (diamo atto
a Edoardo Erba, per dovere di cronaca, di averne ideato una stesura tuttora
inedita). Questa “reticenza” del nostro sistema teatrale, questa impassibilità,
questo piccolo esempio di malintesa e disattenta autarchia è uno dei buoni
motivi che ci muove caparbiamente a tener vivo l’osservatorio d’Oltremanica cui
mira “Trend”, rassegna giunta quest’anno alla sua quinta edizione, finestra
aperta sui linguaggi, sui temi e sui fenomeni che prendono corpo nella
drammaturgia della Gran Bretagna, il bacino di creatività più acuto e
ragguardevole di tutta l’Europa, polso dei tempi, della società, delle tensioni
e delle crisi. Questo cantiere di consultazione immediata di recenti copioni
inglesi, questa realtà di sdoganamento rapido che ha la fiducia sostenitrice
dell’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, ha per il 2005
individuato una coincidenza teatrale (non nuova ma sempre più marcata) di storie
di riferimento, di problemi di relazione primaria: è la deriva della famiglia,
il nodo scorsoio attorno a cui s’intessono drammi, atti unici, pezzi più o meno
demolitori, molesti, poetici, con un male oscuro inconfessabile tra quattro
mura. E la prospettiva dell’odierno “Trend”, nella scelta dei testi (quattro,
con due brani che formano il dittico di un’unica serata) da proporre in forma di
spettacolo compiuto, è stata appunto quella di attenersi a questo stato di
scompenso, di perturbazione, di ristagno, di squilibrio, di fuga per una
tangente compensatoria altra. Così si spiega l’opzione per Bear Hug di Robin
French dove due genitori post-kafkiani cercano di riversare umanità su un
figlio-orso, e per Mongoose di Peter Harness dove alla rovescia è un figlio in
stretto rapporto con una mangusta a commemorare e risarcire il padre e la madre,
atti unici entrambi affidati a Massimiliano Civica; per Dead Hands di Howard
Barker con un sodalizio in lutto per la morte di un padre compianto dalla
compagna-amante e dai figli invaghiti di lei, lavoro su cui si concentra
Pierpaolo Sepe; e per Take Me Away di Gerald Murphy con il misterioso incontro
tra fratelli e padre apparentemente a parlare di una madre dalla vita isolata e
malata e invece riuniti per uno show down di sconfitte, intreccio ad uso di
Gloriababbi Teatro con la regia di Filippo Dini. Le due letture che per
tradizione completano il quadro riguardano Flush di David Dipper, una miscela di
poker-frustrazioni-sentimenti di cui s’occupa Imogen Kusch, e Have I None che è
un testo da noi sconosciuto dell’unico drammaturgo decano (e ben noto in Italia)
della rassegna, Edward Bond, con un’allucinazione a tre ambientata nel 2077 su
cui interviene il regista (anche autore) Luciano Colavero. Per dovere
d’informazione, va precisato che all’asse Roma-Londra si inscrive Dead Hands
messo in scena poco tempo fa dallo stesso autore Barker al Riverside Studios, e
al doppio asse con Edimburgo 2004 e con Londra 2005 (repliche terminate l’11
marzo al Bush) appartiene Take Me Away.
Rodolfo di Giammarco
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